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analog 35 mm f1.8 /  55 mm f1.7 / 135 mm f2.8

polaroid 1000

equilibrio
equilibrio

Inevitabilmente l’uomo nella sua angosciosa ed inquieta esistenza, ridotta ad un infinitesimale lasso di tempo nei confronti di quello che è l’infinito Universo, si prospetta in una tortuosa, intricata, astrusa, labirintica condizione. Immergendoci nei meandri dell’animo umano, che sia questo di un fanciullino meravigliato ad ogni sua nuova rivelazione, di un adulto, preso dai suoi frenetici ruoli, o di un anziano, quieto nella sua opulente carica di esperienza vissuta durante la labile vita che ci è concessa: ci si capacita dell’infinito di questo. è impossibile da indagare e da percorrere per mezzo della coscienza, dunque dall’area razionale della nostra psiche: l’animo umano, l’essenza dell’uomo, è un infinito labirinto, dal quale è impensabile venirne a capo.

“Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura carica di simmetrie, è subordinata a tal fine”, scrive Berges nella sua opera “…”. Alla stessa maniera l’anima umana, il suo magma vitale, la sua essenza arricchita dalle infinite maschere, che l’adattamento alla condizione esistenziale le richiede, è una struttura inestricabile, che confonde, svia, sconvolge.

Si guradi come un’opera astratta, quel “Pasiphai” di Pollok, uno dei principali esponenti del movimento astrattista del primo novecento, fondato da Kandinkij, in seguito alla sua divergenze con il gruppo tedesco “Il cavaliere Azzurro”, appaia lì esacerbato intrico dell’interiorità dell’artista attraverso la spontaneità dei suoi gesti (si tratta, appunto, di pittura gestuale): un “guazzabuglio”, infinitamente più indissolubile di quello giuridico accanitamente ripudiato dall’Azzeccagarbugli di Manzoni, a discapito del povero Renzo.

L’interiorità del caos, è una “babilonia” dalla quale non se ne vien fuori, come in linea con il Mattia Pascal di Pirandello, ormai divenuto Adriano Meis, dopo aver acquistato la nuova personalità, la nuova “maschera”, al parroco dove Eligio, intento a riordinare la vastità di antiquati libri, ricevuta in donazione e custoditi nella biblioteca della parrocchia, come è caos la labirintica biblioteca ne “il nome della rosa” di Umberto Eco.

Ma cosa più della personalità è così infida, enigmatica, misteriosa? Un rebus, flusso caotico di sfrenate propulsioni, talvolta anche antitetiche tra loro, non può esser interpretato, sviscerato, percorso attraverso meticolosi e cadenzati passi studiati secondo una prospettiva razionale: secondo le teorie psicoanalitiche sviluppate da Sigmund Freud, si sta parlando di inconscio, il luogo della psiche arazionale, imperturbabile dal conscio. Questo luogo psichico che assume il valore assoluto di “vita” è occultato da una moltitudine di sfaccettature, a cui Pirandello da il nome di “maschere”: l’uomo gira e rigira nella proprie forme, nelle proprie maschere, ma arde sarebbe l’impresa di privarsi di tutte queste ed arrivare alla purezza assoluta del magma vitale.

 

La vita dunque si relativizza in relazione alla “maschera” indossata dal “personaggio”, personaggio poiché a tal punto non siamo altro che attori (ed al contempo spettatori), che a seconda della necessità cambiano ruolo. Ma in fondo l’uomo è consapevole di essere un attore che recita ora la parte di figlio, ora di alunno, ora di professore, o madre o padre, o moglie o marito, ecc., ma, essendo consapevoli, siamo anche degli inetti: assecondiamo la nostra recita, fingiamo di conoscere gli enigmatici segreti del nostro labirinto nel far ciò diventiamo “maschere nude”, siamo “uno”, siamo “nessuno” e siamo “centomila”, come Vitangelo Mostarda. Ma allora, chi siamo davvero? Dov’è l’uscita di questo infinito ed astruso gioco di specchi, emblema della nostra essenza? Vitangelo trova l’uscita nella forma, nell’avvicinamento all’idilliaca suggestione della natura, conseguentemente al suo volontario smascheramento: Vitangelo mette a nudo il suo magma interiore: diviene un folle, un matto, come chi del resto, dopo aver affrontato gli infiniti cunicoli di un labirinto, perso nell’enigmatico luogo, si appresta a raggiungerne la tanto bramata uscita: logoro, stremato e disperato, sia fisicamente che psicologicamente: un folle. Questo fa ora fatica a distinguere “se un certo particolare è una trascrizione della realtà o delle forme che turbano le […] notti”.

 

LD